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Itinerario da Carema a Ivrea sulla Via Francigena morenico-canavesana

Via Francigena morenico-canavesana a Carema

La Via Francigena morenico-canavesana attraversa i vigneti terrazzati di Carema

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In cammino lungo la Via Francigena morenico-canavesana, da Carema a Ivrea, seguendo l’antico percorso di fede dei pellegrini medievali tra suggestivi paesaggi scolpiti dall’uomo e dal tempo

Ci sono percorsi che attraversano il tempo come fili invisibili, unendo epoche lontane al presente in un abbraccio silenzioso. La Via Francigena, che ricalca l’itinerario percorso nel 990 dall’Arcivescovo Sigerico di ritorno a Canterbury dal pellegrinaggio a Roma, è uno di questi. Sulle sue orme, dal Medioevo in poi, schiere di pellegrini, mercanti, soldati e viandanti hanno solcato queste strade, tracciando un’arteria vitale che dall’Europa settentrionale conduceva a Roma, centro della Cristianità, plasmando l’identità stessa del nostro continente.

In questo articolo ripercorriamo un breve, quanto affascinante, tratto di questo Grande Itinerario Culturale Europeo, riconosciuto dal Consiglio d’Europa nel 2004: i quaranta chilometri della Via Francigena morenico-canavesana, che si snoda nell’Anfiteatro Morenico di Ivrea creato dal ritiro del ghiacciaio balteo che un tempo si estendeva dal Monte Bianco alla Pianura Padana. Un territorio unico, dove ogni pietra, ogni vigna, ogni campanile racconta una storia che inizia mille anni fa e continua ancora oggi.

Il Borgo di Carema immerso tra i vigneti terrazzati

Carema, borgo di pietra e di vino

Il nostro cammino parte da Carema, il primo comune piemontese che si incontra provenendo dalla Valle d’Aosta, dove tutto parla di una ruralità antica e paziente, costruita con la forza delle mani e il ritmo delle stagioni. Il borgo è un intreccio di stradine strette, con le case in pietra e i balconi di legno, che qui chiamano “lobbie”, tra cui risuona il gorgoglio di fontane secolari, presso le quali chissà quanti pellegrini hanno sostato per dissetarsi.

La chiesa di San Martino, maestosa e lieve al tempo stesso, domina l’abitato con la sua facciata barocca e il campanile settecentesco alto sessanta metri, un capolavoro architettonico di pietra grigia unico in Piemonte, che svetta come una sentinella sulla conca caremese. Poco più avanti, la massiccia Gran Masun, una caratteristica casaforte medievale, evoca tempi turbolenti in cui difendere il territorio significava anche difendere la propria identità.

La Gran Masun di Carema

Tra i vigneti terrazzati dove nasce il nobile Carema DOC

Ma è quando alziamo lo sguardo verso la montagna che Carema rivela la sua anima più profonda. Il paesaggio che ci circonda è un prodigio di ostinazione umana, un susseguirsi di terrazzamenti vitati scavati nella roccia morenica, che si arrampicano sui fianchi del Monte Maletto, tra i 350 e i 700 metri di altitudine. Un’opera ciclopica, forgiata da generazioni di caremesi, che su questo sfondo verticale perpetuano la viticoltura eroica delle varietà locali di Nebbiolo, Picutener e Pugnet.

I vigneti terrazzati di Carema

Un breve tratto della Via Francigena si snoda proprio in mezzo alle vigne che si arrampicano tra i muri a secco, con le pergole delle “toppie” sorrette da colonne di pietra chiamate pilun, alleati silenziosi della vite, che durante il giorno accumulano il calore del sole per restituirlo dolcemente durante la notte, creando un microclima perfetto. Il risultato è il Carema DOC, uno dei vini rossi più nobili del Piemonte, dal colore rosso rubino che tende al granato, il profumo che evoca la rosa appassita e il vento d’autunno.

Un vino che non si beve soltanto, si ascolta, si contempla. Il sorso è lento, vellutato, come il passo di chi cammina lungo la Francigena, e racconta secoli di lavoro paziente, di muri a secco costruiti pietra su pietra, ma anche della tenacia di chi ha scelto di non abbandonare queste pendici, credendo nella forza e nella bellezza di un paesaggio viticolo unico al mondo. Presidio Slow Food dal 2014, il Carema DOC si può degustare, e ovviamente anche acquistare, alla Cantina Sociale Nebbiolo di Carema, che insieme alle altre cantine del territorio custodisce non solo il vino ma anche la memoria di una civiltà agricola caparbia e tenace.

Degustazione di Carema DOC alla Cantina Sociale Nebbiolo

Sosta alla preziosa Pieve di San Lorenzo

Proseguiamo verso Settimo Vittone, dove la Via Francigena attraversa un territorio intriso di storia. Il nome stesso, che sta a indicare “a sette miglia da Ivrea”, evoca le antiche misurazioni romane e un tempo in cui le strade erano la spina dorsale dell’Impero. Su un promontorio che domina la valle e il corso argentato della Dora Baltea, si staglia il complesso della Pieve di San Lorenzo e del Battistero di San Giovanni, uno dei tesori più preziosi del Piemonte preromanico. Quando raggiungiamo questo “Monumento segnalato dal FAI” comprendiamo immediatamente perché rappresentasse una tappa fondamentale per i pellegrini medievali.

Pieve di San Lorenzo e Battistero di San Giovanni a Settimo Vittone

L’esterno è nudo, spoglio, i ciottoli di fiume della fase più arcaica si alternano alle lastre piatte e scalpellate delle fasi successive, un libro aperto di storia costruttiva. Ma è varcando la soglia che si è colti da un senso di meraviglia. Gli affreschi, realizzati tra il XII e il XV secolo, quando ogni committente desiderava lasciare il proprio segno di fede, raccontano volti, gesti, storie religiose e di vita. La figura di San Cristoforo che accoglie chi entra, le scene delle Sacre Scritture “parlanti” anche per gli analfabeti, i simboli ricchi di pathos: tutto qui è stato pensato per “illustrare” la parola divina, per renderla accessibile attraverso l’arte.

Ed è facile immaginare lo stupore dei pellegrini che sostavano per una preghiera o un po’ d’acqua, con le bisacce consunte e lo sguardo rivolto a Roma o al ritorno verso Canterbury. In questo luogo sospeso, l’Europa medievale sembra ancora viva, palpabile, come se le pietre ricordassero ogni passo. Per visitare il complesso monumentale, l’Associazione Culturale Octava Paesaggi di Storia organizza visite guidate di questo luogo straordinario.

Gli interni affrescati della Pieve di San Lorenzo a Settimo Vittone

I Balmetti di Borgofranco dove la montagna respira

Ripreso il cammino in direzione di Borgofranco d’Ivrea, prima di raggiungere il paese facciamo una deviazione verso la zona dei Balmetti, un villaggio di pietra apparentemente abbandonato, addossato al Mombarone. A prima vista sembrano solo baite, antiche cascine dimenticate dal tempo.

In realtà, i Balmetti (dalla parola dialettale “balma”, che significa grotta o luogo scavato nel monte) nascondono un segreto, un fenomeno naturale unico, che la natura ha impiegato millenni a perfezionare. Attraverso fenditure del terreno, dette “ore”, soffia un fresco venticello, una sorta di respiro della montagna che mantiene all’interno dei Balmetti una temperatura costante di 7-8 gradi tutto l’anno, trasformandoli di fatto in veri frigoriferi naturali.

Il Ristorante Balmetto Mercando a Borgofranco d’Ivrea

Un dono che gli abitanti del luogo, in questa zona anticamente vocata alla viticoltura, hanno saputo trasformare in opportunità, costruendo intorno a questi orifizi naturali cantine d’eccezione, dove il vino matura in condizioni perfette, protetto dal caldo estivo e dal gelo invernale. Dove l’odore della pietra umida si mescola a quello del legno, del vino che riposa, della terra che respira, stagionano anche formaggi e salumi, in un equilibrio di temperatura e umidità che nessuna tecnologia moderna potrebbe replicare con la stessa perfezione.

Cucina della tradizione al Balmetto Mercando

I Balmetti non sono un museo, tutt’altro. Utilizzati dai proprietari come cantine, si animano soprattutto in tre momenti dell’anno, durante il Carnevale, alla festa dei Balmetti la terza domenica di giugno, e nel periodo della vendemmia. Alcuni sono anche stati trasformati in ristoranti, come nel caso del Balmetto Mercando, dove ci fermiamo per pranzo.

Nato nel 1904 come cantina della famiglia Mercando e trasformato in ristorante dopo un’accurata ristrutturazione, il locale si sviluppa su più livelli, ognuno con la sua personalità. La suggestiva cantina con le antiche vasche di affinamento oggi adibite a enoteca e stanze per la stagionatura dei formaggi, il bar con la piccola bottega di prodotti tipici, le tre sale ristorante dagli ambienti caldi e accoglienti, la corte esterna e la terrazza panoramica che regala la vista dei vigneti e delle montagne

Pranzo a base di prodotti tipici al Balmetto Mercando

Vincitore di una recente puntata di Alessandro Borghese 4 Ristoranti, il locale propone una cucina in cui ogni portata racconta il territorio con la lingua della tradizione, con piatti come il vitello tonnato, la carne cruda di Fassona, l’antipasto piemontese con tonno e giardiniera in rosso, la toma affinata nel balmit. La carta dei vini non è da meno e privilegia etichette locali e valdostane, senza dimenticare i grandi rossi delle Langhe.

Notte in una maison de charme a Ivrea

Nel pomeriggio raggiungiamo Ivrea, punto d’arrivo della prima parte del nostro itinerario lungo la Via Francigena morenico-canavesana. Qui ci accoglie Dora Maison de Charme, un piccolo boutique hotel ambientato in una dimora storica a pochi passi dal centro storico. Solo quattro camere, dall’atmosfera calda e curata, alcune con affaccio proprio sulla Dora Baltea, che scorre vivace sotto il Ponte Vecchio, l’antico passaggio di origine romana che per secoli fu l’unico varco tra le due sponde.

E ascoltando il canto dell’acqua che si mescola ai suoni della sera, ci piace immaginare che anche Sigerico, tornando dal suo pellegrinaggio verso Canterbury, abbia attraversato questo stesso ponte, guardando lo stesso fiume che si tinge d’oro nella luce del tramonto.

La Dora Baltea a Ivrea
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